Una delle tante attività che è possibile svolgere nel corso di un viaggio in Cappadocia è il trekking tra i camini delle fate e nelle sue vaste e colorate vallate.

La Cappadocia, iscritta dal 1985 nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco, è una terra in cui si riflette l’armonia tra natura e umanità. Essa stessa rappresenta un miracolo della natura, essendosi formata milioni di anni fa, a seguito dell’eruzione dei suoi vulcani (Erciyes, Hasandag e Gulludag). Il materiale proveniente da queste caldere generò un altopiano composto da tufo alternato a dura roccia vulcanica, a circa 1000 metri d’altezza.





Nel tempo, poi, i fenomeni atmosferici come vento, pioggia, sabbia e ghiaccio, hanno fatto il resto, erodendo il tufo e lasciando solo le formazioni basaltiche, le quali hanno formato strutture coniche che, in alcuni casi, hanno raggiunto altezze fino a 45 metri.

Sono proprio questi i celebri camini delle fate della Cappadocia, nient’altro che un regalo della natura: rocce basaltiche create migliaia e migliaia di anni fa e che nel tempo hanno assunto la forma di un camino. Sono sparsi un po’ su tutto il territorio della regione ma è nel Parco Nazionale di Goreme che si vedono gli esemplari più belli.

Se da una parte la natura ha creato questi capolavori, è stato poi l’uomo, nel corso dei secoli, a scavare la roccia e a costruire case, chiese e numerose città sotterranee. Oltre a fare trekking tra i camini delle fate, in alcuni casi, è possibile anche entrare al loro interno e toccare con mano l’opera mastodontica di scavo.

Questa regione, però, si caratterizza anche per la presenza di ampie valli, che un tempo rappresentavano importanti rotte commerciali come la celebre Via della Seta. Sono proprio queste vallate che regalano i sentieri più interessanti per gli amanti del trekking.

Nel corso del mio viaggio, ho attraversato la Valle Rossa e quella Rosa. Due vallate incredibili, per un percorso che si estende su circa 6 km per oltre 2 ore di cammino, di media difficoltà, con partenza dal piccolo centro di Cavusin ed arrivo a Goreme. Abbiamo attraversato rocce dai colori intensi: dal rosso al verde, dal giallo al celeste, generati dalla presenza di minerali al loro interno, colori che assumono sfumature diverse a seconda dell’intensità del sole.

Altrettanto stupefacenti sono le città sotterranee della Cappadocia, se ne contano oltre 200. Ho visitato quella di Kaymakli, che si estende ad oltre 45 metri di profondità, divisa su ben 7 livelli, 5 dei quali sono anche visitabili.

Abitate in epoca frigia, le città sotterranee servivano come luogo di rifugio per aiutare i cristiani a sfuggire dalle persecuzioni. Si conta che più di 20mila persone trovarono protezione in queste città scavate nel tufo, dove non mancava davvero nulla. La necessità di dovervi rimanere per lunghi periodi, portò queste popolazioni ad inventarsi sistemi di ventilazione, pozzi, a costruire magazzini dove conservare le provviste, aree comuni, centri di produzione e, addirittura, trovarono il modo per far arrivare l’acqua potabile.

La maggior parte di queste città risalenti al VI – VII secolo a.C., vennero scoperte verso la metà degli anni 60 del’900 ma è stato consentito l’ingresso ai turisti solo negli ultimi anni.

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