Qui potete trovare la prima parte del reportage dal Memoriale del campo di Dachau, vicino Monaco di Baviera. Ed ora prosegue il mio racconto…

L’accesso principale al campo era attraverso il “Jourhaus“, ossia l’edificio di guardia del comando.

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L’entrata del campo

La costruzione era ed è ancora caratterizzata dalla presenza di un pesante cancello in ferro con la scritta Arbeit Macht Frei cioè il lavoro rende liberi. Una scritta che poco si conciliava con quella realtà dove, proprio tramite il lavoro, si praticava lo sterminio.

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Il campo di Dachau fece da apripista e fu considerato il modello da seguire per la creazione degli altri campi nazisti. Progettato per ospitare circa 5000 persone, a partire dal 1942 il suo numero non scese mai al di sotto di 12.000. Il grande aumento avvenne quando, nel novembre 1938, subito dopo la notte dei cristalli, più di 10.000 ebrei tedeschi furono deportati a Dachau. I primi ebrei arrivati nel campo ebbero la possibilità, dopo un breve periodo di prigionia, di emigrare in altri paesi, soprattutto se accettavano di consegnare tutti i loro beni ai nazisti. Con l’annessione dell’Austria e della Cecoslovacchia, poi, nel 1940, la situazione peggiorò e furono condotti al campo migliaia di ebrei provenienti da questi due paesi, che insieme agli ebrei polacchi, costituirono la maggioranza dei prigioneri.

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La zona centrale del campo era occupata dalle 32 baracche in cui i prigionieri erano divisi per categorie: malati, invalidi, lavoratori e coloro che dovevano essere puniti in maniera più severa. Oggi delle baracche resta solo una ricostruzione per cercare di far immaginare quali potessero essere le condizioni di vita dei prigionieri. Erano composte da panche di legno, di solito disposte su più piani, dove i detenuti dormivano. Le altre 31 baracche sono delimitate sul terreno da bordi in cemento, così vicine le une alle altre da togliere il fiato e lasciare il posto solo a tanta desolazione.

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La ricostruzione di una baracca tipo

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Dove i prigionieri mangiavano e vivevano quando non lavoravano.

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I rettangoli di cemento posti lì dove si trovavano le baracche

Tra il largo piazzale e gli uffici amministrativi si trovavano anche tre edifici di detenzione chiamati bunker. L’unico ancora in piedi oggi è stato adibito a museo ma una parte consistente della struttura non è stata toccata. Nel museo è possibile farsi un’idea delle abitudini dei prigionieri ed è possibile vedere documenti originali del tempo.

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